UN CASO PER L’ISPETTORE LOJACONO

MAURIZIO de GIOVANNI: Il metodo del Coccodrillo, Mondadori, Milano 2012

coccodrilloDopo sei titoli dedicati al fascinoso commissario Ricciardi, che indaga nella Napoli degli anni Trenta immersa nei cupi colori fascisti, Maurizio de Giovanni ambienta un nuovo giallo ai giorni nostri, creando la tormentata figura dell’ispettore Giuseppe Lojacono. Siciliano di Agrigento, Lojacono è arrivato a Napoli con un trasferimento ufficialmente “cautelare”, di fatto punitivo, dopo che un collaboratore di giustizia l’ha accusato di collusione con la mafia. Accusa falsa e mai dimostrata, anzi smentita da un’accuratissima indagine interna che ha reso inutile e superfluo qualsiasi procedimento penale. Ma paradossalmente proprio la mancanza di un vero processo ha impedito la piena divulgazione della verità. Così la sua innocenza, che non ha potuto essere resa nota a tutti nelle forme più evidenti, ne è rimasta comunque offuscata. E non solo di dubbi e diffidenze si tratta, perché la falsa delazione e l’allontanamento dalla Sicilia gli hanno fatto perdere veramente tutto, non solo la stima dei colleghi e la possibilità di svolgere un lavoro per cui si sente nato.

Anche gli affetti più cari ora gl20130223_ragazza_di_spallei sono preclusi:  la moglie e la figlia, che  hanno dovuto trasferirsi a Palermo, per ricominciare una nuova vita in una città che appare loro odiosa, ne  attribuiscono a lui tutte le colpe: nei rari contatti telefonici quella che un tempo era la sua compagna gli riversa addosso secchiate di odio e veleno, e la ragazzina, sobillata dalla madre, non accetta neppure di parlargli.

Né migliore è l’accoglienza al commissariato di San Gaetano, nel ventre popolare della città dove l’ispettore è approdato per il suo triste purgatorio. Il dirigente Di Vincenzo lo disprezza e non manca di rimarcarlo quotidianamente, ma quello che più fa soffrire Lojacono è l’inattività, trovandosi relegato a fare niente nell’ufficio denunce insieme ad un  altro paria, il sovrintendente Giuffrè: Di Vincenzo infatti non gli concede nessuno spazio e pare ben determinato a tenerlo lontano da qualsiasi indagine, forse più per antipatia che per vera precauzione. E così lui deve accontentarsi di seguire i vari casi da lontano, per sentito dire, fremendo inutilmente per la voglia di partecipare. Ci riuscirà, in effetti, grazie all’attenzione del magistrato che coordina le operazioni, e sarà la fine di un incubo. Ma per quasi un anno Peppuccio Lojacono, detto il Cinese dai tratti spigolosi e stranamente orientaleggianti della sua fisionomia, deve mordere il freno ed aspettare la riabilitazione.
Amareggiato, inquieto, Piazza_San_Gaetanocon il gelo nel cuore, Lojacono intanto vive il proprio straniamento in una Napoli che sente nemica, contrapponendo a tutto e a tutti un muro di silenzio e distanza, accettando come unico contatto solo l’accoglienza generosa della bella Letizia, proprietaria di una trattoria dove è capitato per caso una sera di desolazione, per poi diventarne ospite fisso. Lei, vedova e sola, sempre dolce e sorridente, ma dotata di un carattere di ferro che le ha consentito di non perdersi nelle avversità che la vita le ha riservato, ne è incuriosita e attratta, sentendo sorgere in sé un istinto di protezione non del tutto materno per quell’uomo misterioso e dolente. Lo vizia, lo coccola, cerca di consolarlo con discrezione, ma in modo inequivocabile, lasciando capire che non disdegnerebbe qualcosa di più di un rapporto amichevole. Tutti se ne accorgono, tranne lui. O forse, se qualcosa confusamente percepisce, per ora il Cinese non è in grado di rispondere al messaggio.

Il riscatto professionale dgaetanoell’ispettore Lojacono è legato ad un caso complicatissimo che tiene tutta Napoli col fiato sospeso e, per i suoi risvolti tragici ed inspiegabili, rischia di mandare in tilt più di un commissariato, nonché le più alte cariche istituzionali della città.
Il caso è complesso, pieno di risvolti inquietanti. Tre ragazzi vengono uccisi uno dopo l’altro in zone molto lontane della città; diversa è l’età, diversa l’estrazione sociale e la condizione economica, diversi gli ambienti che frequentano. Sono tutti giovani, tutti figli unici: ma queste analogie rappresentano tracce troppo labili per costituire davvero i filoni di un’indagine sensata, permettendo di trovare il bandolo di una matassa intricatissima. Eppure un legame deve esserci. Soprattutto perché il modus operandi del misterioso killer appare costante e comune, tanto da far parlare di metodo del Coccodrillo. Che consiste in una lunga e minuziosa preparazione, cui seguono l’appostamento, l’attesa della vittima, l’azione. Un solo colpo di pistola, secco, preciso, senza esitazione. Lasciando poi sul luogo del delitto il bossolo e un certo numero di fazzoletti intrisi di lacrime. Le lacrime dell’assassino, che appunto per questo ormai tutti chiamano il Coccodrillo. Ma cosa significano quei reperti lasciati sulla scena del crimine? Sono la firma dell’omicida? Segnali, indizi consapevolmente offerti a qualcuno che sappia interpretarli? O sono solo errori, banali effetti della distrazione? E, soprattutto,  lui chi è?

ragazzi-alluscita-di-scuola Nessuno lo sa. È chiaro comunque che si tratta di un individuo che opera da solo, nell’ombra, determinato e sicuro delle proprie mosse, ma evidentemente non  un professionista, tantomeno legato alla malavita organizzata. E forse è uno che per qualche ragione non si cura delle conseguenze per sé e per la propria vita. Lo capisce subito Lojacono, anche se non ha e non può avere alcun ruolo nelle indagini. Gli inquirenti ufficiali, specialmente De Vincenzo, si ostinano invece a seguire la pista della camorra; al massimo, quando gli omicidi si susseguono a ritmo serrato, pensano al serial killer, al maniaco, al pedofilo. E mentre loro si dibattono al buio e i mass media li massacrano per l’incompetenza, è ancora Lojacono che intuisce ed espone, con qualche battuta che sembra casuale ma non è, le poche analogie esistenti tra i diversi omicidi, i sottilissimi legami tra le vittime, suggerendo di cambiare prospettiva e orientare le indagini oltre le apparenze, in una nuova direzione che individui nei genitori, anziché nei figli, il vero bersaglio del Coccodrillo. Uscita-di-scuola
All’insofferenza dei commissari coinvolti, astiosamente ostili verso quell’ispettore dalla faccia da Cinese – per di più in odore di mafia – che vuole insegnare loro il mestiere e ne sconvolge tutte le (presunte) certezze, si contrappone solo l’atteggiamento di Laura Piras. Ossia il giovane sostituto procuratore di origine sarda, bona e incazzata, come sempre, per dirla col sovrintendente Giuffrè. Anzi, più incazzata di sempre, dati gli insuccessi  collezionati dalla polizia con questo caso.
Caparbia, risoluta, esigente, spesso addirittura aggressiva, Laura coglie il potenziale nascosto in quell’uomo ombroso e solitario. Capisce che lui è un passo più avanti degli altri è gli concede  fiducia, dapprima limitandosi a prestargli ascolto, poi arruolandolo come membro effettivo del pool investigativo. Gli verrà così affidata proprio quella ricerca che, risalendo indietro nel tempo, permetterà di ricostruire i fatti e stabilire le connessioni tra alcuni personaggi apparentemente lontanissimi l’uno dall’altra con i rispettivi percorsi di vita e i diversi mondi di appartenenza. Per Lojacono questa riabilitazione professionale è il ritorno alla vita e segnerà l’inizio di una diversa, più serena aderenza alla realtà che lo circonda.
Grazie alla sua intelligenza acuta e intuitiva, si svelerà identità dell’omicida e la sua motivazione ad uccidere. Si scoprirà che si tratta dell’azione di un vecchio solo e disperato, che ha perso tutti gli affetti di una vita e sente di avere solo un ultimo compito da svolgere prima di abbandonarsi al nulla. È la risposta feroce e spietata a chi a sua volta l’ha colpito, messa a punto con ossessiva precisione, ordita ed eseguita a freddo dopo anni di attesa. Perché indietro nel tempo è successo qualcosa che ha sconvolto l’esistenza di quest’uomo e ne ha devastato l’animo e la mente fino ad armarne la mano. E dunque dietro l’assassino c’è un’altra vittima, il protagonista di una vicenda tanto traumatica da averne provocato questa sorta di delirio che conosce una sola parola: vendetta.

 Caso risolto, dunque, se per soluzione si intende lo svelamento della verità, ma non c’è la conclusione liberatoria e pacificatrice che solitamente troviamo nei romanzi polizieschi. Le ultime pagine, infatti, consistono in un concitato crescendo in cui si racconta l’operazione della polizia per stanare e fermare il Coccodrillo. Azione fallita, che non riuscirà ad evitare un’ultima strage, la più straziante di tutte. Il finale precipita dunque verso uno sbocco  tutto negativo, che  forse, nella sua lacerante crudeltà, è quello più logico e coerente  per una vicenda che in tutto il suo percorso aveva portato solo un mare di dolore e di morte. Perché di dolore e morte ce sono davvero tanti, in questo romanzPoggioreale-Polizia-620x320o, modulato sui toni neri della tragedia, innanzitutto per la natura stessa delle vittime, figli strappati violentemente alla vita, ma anche per le caratteristiche dell’assassino, a sua vola ferito nel suo amore di padre. L’abilità narrativa di Maurizio de Giovanni è magistrale, ma (o forse proprio per questo) rimane davvero l’amaro in bocca, ai lettori come ai poliziotti che non hanno saputo evitare il peggio. Primo fra tutti proprio l’ispettore Lojacono, il quale tra le ragioni di coinvolgimento non trova solo l’orgoglio professionale, ma anche sentimenti ed emozioni – scontrosamente celati ma non per questo meno profondi – di padre e di uomo bisognoso d’amore.

Del suo personaggio Maurizio de Giovanni elabora qui un ritratto a tutto tondo, sia per il racconto delle vicende che l’hanno portato dalla Sicilia a Napoli, sia per la resa psicologica, che si concretizza appunto anche  nelle reazioni che i vari fatti criminosi fanno affiorare di volta in volta nel suo animo, amareggiato, sì, ma non inaridito. Specie quando a soffrire è una ragazzina, poco più di una bambina come la sua Marinella.  Con i libri successivi (I Bastardi di Pizzofalcone, Buio) lo scrittore adotterà una visione “corale” e il Cinese sarà solo una delle figure inserite all’interno di una  nuova squadra, per la dichiarata volontà di costruire tante piccole storie individuali di vita ordinaria, con gli ordinari episodi di  insoddisfazione, tristezza, speranza che colorano i giorni di ciascunio di noi. Per il momento, però, egli rimane protagonista assoluto: ed è senz’altro un personaggio accattivante, magnetico, persino dotato di una sua ruvida simpatia, nonostante non faccia nulla per dimostrarlo. E dunque capace di catturare l’interesse del lettore, oltre a quello delle donne che incontra.
panorama-napoliA Lojacono si collega anche la rappresentazione di Napoli, non solo sfondo dell’ambientazione dei fatti, ma anche  teatro e proiezione delle elaborazioni mentali del personaggio. La città è vista e percepita con gli occhi del “forestiero” costretto a viverci suo malgrado, solo e avvilito, dopo aver perso tutto, stima, dignità, amicizie, affetti, nel suo mondo di provenienza. Napoli allora per lui è un antro acherontico, una voragine violenta, infida e malsana che lo ingoia e lo fa sprofondare nel suo mefitico marciume. O talvolta – e solo nei momenti meno bui – una metropoli tentacolare, proteiforme, e quanto meno incomprensibile. Al momento, ancora emotivamente provato per le vicende personali che l’hanno sbattuto lì,  non sa coglierne la bellezza, né apprezzare le (poche) manifestazioni di disponibilità di alcune persone vicine, pronte  a superare la barriera di diffidenza che lui ha  tra sé e gli altri. Persino le ovvie differenze comunicative, le inflessioni dialettali e locali del parlato, diventano per lui motivo di contrasto e di incomprensione, ma più ostentata che reale: una maschera, un tentativo, maldestro, di difendere la propria identità ferita.

Per il resto, il libro ha un struttura abbastanza elaborata, che tuttavia non pregiudica la facilità dello svMaurizio-de-Giovanniiluppo narrativo. Il tempo della narrazione non è lineare, e non soltanto perché l’indagine porta inevitabilmente a vari flash-back di chiarimento, ma anche perché i capitoli che seguono in tempo reale – si fa per dire! – l’evoluzione dei fatti principali e recenti, ovvero la vera e propria materia del giallo, sono alternati ad altri in cui si torna indietro di circa dieci anni, a quegli eventi che sono stati all’origine di tutto. Non compare nessun segnale esplicito che avverta dello snodarsi di questo percorso a ritroso, ma, dopo il primo scarto temporale, non è difficile riconoscerne i diversi momenti e quindi annodare i fili della successione cronologica e consequenziale.
Anche qui troviamo inoltre una soluzione stilistica ed espressiva che sembra essere il “marchio di fabbrica” di Maurizio de Giovanni: a intervalli regolari, alcune pagine – queste sì evidenziate dall’uso del corsivo – riportano i pensieri e le considerazioni più segrete di un personaggio, ovviamente di importanza vitale per la comprensione della vicenda, che si tratti sempre dello stesso, oppure alternativamente figure diverse. Qui le confessioni intime sono tutte del Coccodrillo, che, in prima persona, in una sorta di carteggio dai toni insieme sentimentali e progettuali, si rivolge accoratamente a  qualcuno che chiama Amore, amore mio (e io naturalmente non dirò di chi si tratti), esprimendo solitudine, rimpianto, volontà di vendetta. In questo groviglio di sentimenti la nota dominante appare un’urgente speranza di ricongiungimento, ormai non in questa vita, bensì in un altro mondo forse più felice. Ma non prima di aver incontrato la propria nemesi. Così, alla fine, tutto torna, il cerchio si chiude. Con amarezza se vogliamo metterci sentimento e partecipazione umana, con ammirazione se prevale il gusto per una resa letteraria di superba efficacia, senza che peraltro una cosa escluda l’altra. Perché alla fine al lettore non resta che constatare come tutto il libro non sia  altro che la tristissima – e abilissima cronaca di una morte annunciata.

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